Non posso esprimere un giudizio politico sulla manifestazione di oggi al Brennero. Non posso e non voglio perché ho imparato che i giudizi sulle pratiche militanti si danno quando le pratiche si vivono in pieno, e non posso dire di averlo fatto. Di questa giornata mi restano i dubbi, la consapevolezza che era giusto esserci e un'impressione breve e fugace di cosa può essere un confine. Tu chiamala, con Joyce, epifania.

Centro commerciale Brennero

Foto di Gabriele Di Luca

Non ho elementi a sufficienza per poter dire se si tratta di una singolarità o se tutti i confini sono come il paese di Brennero, che oggi è stato attraversato da una manifestazione nata per contestare le decisione in base a cui il governo austriaco ha scelto di chiudere il valico, come risposta alla "crisi" migratoria che l'Europa sta vivendo in questi mesi.

Ma la cosa più straniante che mi porto dentro, dopo questa giornata, è proprio la sensazione provata attraversando questo luogo che segna il limite che separa un paese da un altro.

La domanda: "che cos'è il Brennero?" non me la ero mai posta.

È un'astrazione geografica, senza dubbio. Ma è anche un paese, un luogo vero, abitato, vissuto. Al Brennero le case vivono gomito a gomito con l'autostrada e la ferrovia e mano mano che ci si avvicina alla linea di demarcazione che separa l'Italia dall'Austria si viene accolti dall'abbraccio di cemento di un centro commerciale.

Il corteo ne percorre il lato lungo per un centinaio di metri abbondanti, finché non passa sotto a una passerella vetrata che collega i due corpi dell'outlet. Dentro, assiepati, i consumatori osservano quello spettacolo inusuale con lo stupore dipinto sul volto.

O almeno così immagino, visto che il viso della maggior parte di loro è coperto, in tutto o in parte, dallo schermo degli smartphone di cui noi altri in strada vediamo solo il retro. Ci fotografano o ci filmano, di sicuro ci osservano.

Per un istante penso di sentirmi come uno di quei kanaki, impiegati dell'amministrazione coloniale, che nel 1900 vennero ingaggiati per mettere in scena la vita degli indigeni all'Esposizione Universale di Parigi, affilando asce o sedendo di fronte alla ricostruzione di capanne in cui i kanaki, per altro, non avevano mai vissuto, essendo loro, appunto, impiegati amministrativi delle colonie.

Poi però m'accorgo della vetrata dietro a cui stanno questi strani esseri che ci osservano. Penso che probabilmente la musica all'interno impedisce loro di sentire il rumore delle nostre 800 voci e il suono della musica che esce dalle casse del soundsystem.

Non siamo noi che siamo in gabbia, ma loro. Protetti da due schermi diversamente trasparenti, guardano la vita che gli scorre davanti.

Mi chiedo come avrà vissuto Brennero questa domenica? Cosa resterà nei ricordi degli abitanti di questo minuscolo paese sul confine di una manifestazione in cui sono arrivate le bestie strane "dei centri sociali".

Qualcuno dei commercianti del paese forse avrà apprezzato il numero di scontrini battuti in una domenica di bassissima stagione. Altri forse ricorderanno il fastidio di quella presenza. Altri ancora si chiederanno cosa ci siamo venuti a fare, da queste parti, e magari racconteranno questa strana domenica ai figli e ai nipoti con lo stesso tono con cui si racconta un'eccezionale nevicata o un disgelo prematuro come quello di quest'anno.

Sarà anche retorica, quella che esce dal microfono e oggi ci posiziona nel cuore della Storia, al punto zero delle sorti dell'Europa. Ma forse un po' di storia di questo piccolo paese l'abbiamo fatta e questa, seppur magra, forse è una consolazione.

D'altronde non sono i battiti d'ala di una farfalla che innescano gli uragani?