Ovvero pensieri, opere e azioni che ho riportato indietro dopo un Capodanno passato nella capitale tedesca. Tra shopping hipster, techno e Ostalgia.

Il nome Hohenschönhausen lo trovi raramente sulle guide e tanto meno lo ascolti nei resoconti degli amici che tornano da Berlino. A dar retta a questa descrizione che m'ha passato su Facebook un compare che a Berlino ci vive, è piuttosto comprensibile il perché:

Im harten Osten. Hohenschönhausen. Der Eiswind fräst Furchen ins Gesicht. Fassaden so grau wie der Himmel wie die Gesichter. Und das Linden Center schafft es, noch hässlicher als seine benachbarten Plattenbauten zu sein

Eppure, a dispetto del paesaggio metallico che emerge da questo scarno profilo, Hohenschönhausen - o almeno la parte che abbiamo visto noi - piuttosto che a un incubo collettivista, assomiglia più a un quartiere operaio che annega i fasti del socialismo reale in un'illusione di piccola borghesia che, nelle giuste condizioni storiche, potresti anche spingerti a definir fascista.

Qui le mamme e i papà che spingono le carrozzine sono lontani anni luce dall'hipsteria che si respira a Prenzlauerberg e le ragazzine in monopattino hanno i codini e sono vestite come si vestirebbe la bionda cockney di Misfits, se avesse 8 anni e vivesse a Hohenschönhausen.

Kelly Misfits

Perciò, per respirare l'atmosfera da A ja ljublju SSSR non mi resta che tornare ancora una volta al sacrario dell'armata rossa, a Treptower Park, a due passi dalla casa in cui per anni ha vissuto un altro mio caro amico.

Da quando l'ho scoperto nel 2003, ho visitato questo monumento ogni volta che sono tornato nella capitale tedesca. Ma questa volta, vuoi per il sole che ormai è praticamente già tramontato, ammantando di ombre i volumi squadrati dell'intero complesso, il posto mi trasmette, più che solennità e imponenza, tristezza.

E questa tristezza non dovrebbe neppure stupirmi. I cimiteri, in fondo, sono luoghi tristi, dove le vedove piangono mariti morti, lasciando ai vivi il compito di provare a riaccendere l'orizzonte del futuro in un cuore che vorrebbe essere già spento.

Un sentimento lontano anni luce dall'olegrafia scolpita a basso rilievo sui cippi marmorei del sacrario - tanti quante erano le repubbliche socialiste sovietiche - a cui cerco di dare vita attraverso uno storytelling poco convinto, mentre li illumino con la torcia del cellulare a favore della mia compagna e dell'amico che si son fatti convincere ad accompagnarmi tra gli alberi scheletrici di questo parco stretto tra due arterie stradali che corrono parallele al letto della Sprea che scorre, placida, poco più accanto.

Porta di Brandeburgo

Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia. Con un piano quinquennale la stabilità

Sul crepuscolo del 2015, il caso ha voluto che, oltre a me e al gruppo di amici con cui sono partito, passasse gli ultimi giorni dell'anno a Berlino anche l'amico Luca Barbieri. Il quale, tornato in Italia, ha dedicato qualche riga a domandarsi il motivo per cui la DDR ci piace (ancora) così tanto.

In effetti, la domanda non è oziosa come potrebbe sembrare. L'Ostalgia, ovvero la nostalgia per la Repubblica Democratica Tedesca, che molti suoi ex cittadini provarono a lungo dopo la Wende, è diventata oggi parte del bagaglio d'immaginario che si porta dietro chi visita Berlino.

A mantener calde le braci di questo sentimento contribuisce indubbiamente la retromania così capillarmente diffusa nella società, da esser diventata un tratto culturale distintivo di questi tempi.

Tempi in cui la rapidità del cambiamento sembra impedirci la possibilità di elaborare un'immagine del futuro e che, di conseguenza e per reazione, spingono a voltare indietro lo sguardo e aggrapparsi a un passato sempre ripulito dei suoi lati più sordidi.

Nulla di più vero in questo caso, perché l'Ostalgia che spinge a rimpiangere la DDR guarda più alle atmosfere da commedia di Goodby Lenin, che non al grigiore umano de Le vite degli altri. Eppure, se devo cercare una radice di questa particolare nostalgia, è in quest'ultimo film che andrei a cercarla.

Provate a pensarci per un momento, non è forse la fede incrollabile nel socialismo che spinge l'inflessibile capitano della Stasi Gerd Wiesler, matricola HGW XX/7, a velare agli occhi del tenente colonnello Grubitz e del ministro Hempf la transizione alla parresia dell'inizialmente integratissimo scrittore Gerog Dreyman?

Un socialismo idealtipico, ovviamente. Una fede quasi religiosa nella bontà dell'uomo, nella sua possibilità di trascendere le piccolezze dell'individualismo burocraticoborghese per accedere a una società utopica da costruire anche a costo di tradire i simboli a cui s'è prestato giuramento.

Non è forse questa fede nella possibilità di redenzione di noi stessi, che cerchiamo nella nostalgia per un regime che la storia ci ha insegnato essere pervaso di paranoica brutalità?

Non ho risposte a questa domanda. Ma la possibilità che le cose stiano effettivamente così illumina i miei pensieri per un breve, caldissimo attimo.

Torre di Alexander Platz

Compagni esteuropei, uno sforzo ancora. Dalle sale da ballo un po' più che di merda

Berlino, lo dice anche l'immancabile Lonely Planet che ci passiamo di mano in mano nei tragitti in metro, è la capitale del punk e della techno.

Impossibile darle torto.

Il primo si ascolta agevolmente nei bar e nei locali. Ma, ed è quello che mi colpisce di più, non si tratta del pop punk nazionalpopolare che potresti aspettarti altrove. No, quello sparato a tutto volume come sottofondo dell'aperitivo è vero e durissimo punkHC.

Dettaglio che non manca di farmi sorridere, avendo passato l'intera adolescenza a cercare di far digerire questi suoni ai miei amici appassionati di sonorità giamaicane. Gli stessi che oggi sembrano non accusare affatto, come accusavano all'epoca, la sintassi accacì fatta di stop-and-go, screaming e mosh part. Chissà perché poi.

Sarà che è lunedì sera... sarà che è gente fredda... sarà che non c'è il mare a Berlino...

Sprea Berlino

Per la techno invece il discorso è differente. Sono tutt'altro che un esperto, perciò non saprei riconoscere e tanto meno raccontarvi i tappeti sonori su cui camminiamo nelle due serate che scegliamo per andare a ballare. Perciò eviterò di spingermi a pontificare se fosse più o meno maschilista l'industriale della terza sala del Ritter Butzke o l'electro della prima.

Eppure sono alla ricerca di qualcosa.

Qualcosa a cui non riesco a dare un nome, ma che ho letta (e appresa?) sulle pagine di Muro di casse e nei due saggi sull'elettronica (uno e due) che Francesco Birsa Alessandri ha pubblicato quest'autunno su Noisey.

È perciò un'esperienza quello di cui sono alla ricerca.

Qualcosa che mi faccia provare sulla pelle ciò di cui parlano quelle parole che mi girano in testa da quando le ho lette per la prima volta. Parole che parlano di liberazione dei tempi, deterritorializzazione dei corpi e del dominio della percezione sulla coscienza.

Questo tipo di musica lo percepisci più che ascoltarlo. È a causa del predominio delle basse frequenze, così m'hanno spiegato tanti anni fa, che aggiunge alla musica una dimensione tattile, forse anche più importante di quella puramente sonora.

Il suono esce concretamente dalle casse, che spostano masse d'aria intorno a te. La tempesta sonora ti avvolge. Fa vibrare le parti molli del corpo e le tue cavità vanno in risonanza. Ti sincronizzi al ritmo scandito dalla cassa e balli.

Per attimi di tempo indefiniti e variabili, quel "suono" è la cosa più sexy che ti sia mai capitata.

Mozza il fiato.

Scioglie le inibizioni.

Sgretola le barriere.

Alla fine di tutto, quando ne esci, col cuore ancora in gola, che fatica a risincronizzarsi col tempo quotidiano, quello dell'attesa del tram ad esempio, ti sorprendi a pensare a quella sensazione.

Come sarebbe se, dall'esterno, qualcosa intervenisse a potenziare e fluidificare ulteriormente la tua percezione?

Memoriale dell'olocausto Berlino

Hauptstadt der DDR

Chi ama Berlino ha sempre una personale cartografia di posti, ristoranti, negozi, parchi, musei o monumenti in cui devi assolutamente andare o non andare.

Chi ama Berlino, e ci ritorna, non può esimersi dal timbrare il cartellino almeno nei luoghi più significativi della sua cartografia personale.

La persistenza di questo tessuto cartografico nel tempo, porta a pensare che, pur essendo uno dei posti in più rapido cambiamento che io conosca, Berlino in realtà non cambi mai.

O forse siamo noi a non voler cambiare mai; a cristallizzare i ricordi in circuiti di senso che tentiamo di riattivare ogni volta che visitiamo la città.

Crediamo, illudendoci, che ripercorrere la nostra zona di comfort in lungo e in largo ci salverà dallo scorrere del tempo, dalla novità e dal mutamento.

Ma l'acquisto di una maglietta al Core-Tex non ci renderà giovani e ribelli all'infinito. Soffrirà il nostro stomaco, inevitabilmente, l'acido di fami chimiche saziate al baracchino di Mustafa, a botte di due kebab al colpo per evitare di rifar la fila. E una serata techno non basterà a cancellare la spocchia che mai ci fece mettere piede a un rave, quando avevamo l'età giusta per andarci.

Ma è davvero quest'apparato effimero di nomi, vie luoghi e non luoghi che ricerchiamo con tale, smaniosa precisione tutte le volte?

Non sarà invece l'aria di libertà che, a ogni respiro, ti regala la città? La sensazione tangibile di poter essere chiunque tu voglia essere, di poter fare qualunque cosa tu voglia fare, sempre e comunque e a qualsiasi ora del giorno?

Come una spezia sconosciuta, che riassapori in assenza a distanza di tempo, questa sensazione ci resterà sempre addosso come una patina, riempiendoci di quella "malattia del doloroso bramare" che lo spirito romantico tedesco ha consegnato alla storia delle nostre passioni.

Sehnsucht lo chiamano.

E non avremmo potuto portarci a casa nulla di più tedesco di questo profondo, adorabile struggimento.

Stazione della metropolitana Berlino

Tutte le foto presenti in questo articolo sono state scattate da Morena Lentini