Le immagini stanno conquistando internet. Come cambia la nostra percezione della realtà in una rete che diventa sempre più visiva?

Hossein Derakhshan

Qualche settimana fa, il blogger iraniano Hossein Derakhshan ha pubblicato su Matter The Web We Have to Save, un lungo articolo nel quale racconta i cambiamenti che hanno interessato il web, dal 2008 a oggi. Ovvero il periodo in cui Derakhshan è stato prigioniero nelle carceri della Repubblica Islamica, proprio a causa della sua attività in rete.

Sei anni, alla velocità con cui la rete evolve, equivalgono a un'eternità; e lo shock che prova chi ha vissuto sospeso dal mondo per un periodo di tempo così lungo, confrontandosi con il cambiamento senza aver mai potuto immergervisi, è forse ciò che rende davvero interessante un pezzo le cui argomentazioni abbiamo sentito ripetere da più parti in questi anni.

Tuttavia, verso la fine dell'articolo, Derakhshan si sofferma a riflettere su quello che è forse il cambiamento più attuale tra quelli che interessano la rete: il ruolo sempre più importante che i linguaggi visivi ricoprono in essa.

There’s less and less text to read on social networks, and more and more video to watch, more and more images to look at. Are we witnessing a decline of reading on the web in favor of watching and listening?

Per il blogger iraniano la combinazione tra la fruizione fluida degli aggiornamenti (lo Stream, cioè la forma di organizzazione delle informazioni oggi più diffusa), le applicazioni mobile e il ruolo sempre più centrale che in esse ricoprono le immagini, sta avvicinando la rete a un modello di fruizione tipicamente televisivo.

We seem to have gone from a non-linear mode of communication — nodes and networks and links — toward a linear one, with centralization and hierarchies. The web was not envisioned as a form of television when it was invented. But, like it or not, it is rapidly resembling TV: linear, passive, programmed and inward-looking.

Non credo che un'affermazione così categorica sia corretta. La peculiarità delle tecnologie digitali è quella di rimediare altre forme di comunicazione, facendole convergere verso un luogo fluido, dove possono convivere le une con le altre.

Perciò, quello a cui stiamo assistendo non è il passaggio da un books-internet a un television-internet, bensì uno spostamento negli equilibri tra due diverse forme di fruizione che, almeno in potenza, hanno sempre convissuto.

Dieci anni fa la tecnologia consentiva di democratizzare soltanto l'accesso agli strumenti per la produzione di testi scritti. Oggi invece sono le tecnologie per la produzione di immagini a essere state liberate e rese accessibili a una grande massa di utenti. Questo non vuol dire che le une tiranneggeranno le altre, fino a farle sparire.

Significa piuttosto che stiamo assistendo a una riconfigurazione degli equilibri tra due forme di fruizione e produzione di testi. Una riconfigurazione che è tutt'altro che definitiva, bensì episodica, puntuale, tattica.

First step in spain. A big step for my future. #spain #beach #running #runtoinspire #runforfuture

Una foto pubblicata da Abdou Diouf (@abdoudiouf1993) in data:

Due giorni fa, alcune tra le testate più importanti nel mondo hanno diffuso la notizia di un migrante che stava documentando il suo viaggio dall'Africa alla Spagna su Instagram.

In realtà, come spiega un dettagliato articolo curato da Storyful, che si è preso la briga di verificare la storia, l'account in questione faceva parte di un progetto sviluppato dall'agenzia di comunicazione Volga e diretto dallo studio Manson di Barcellona, che stava partecipando al festival di fotografia GETXOPHOTO.

Un festival, il GETXOPHOTO, che “supports the exploration of formats, stands and unconventional exhibition spaces to show […] different images” e al cui interno il progetto mirava a riflettere “the way we process and share images of displacement and migration, in established media and on social networks.”

L'accaduto è banale. Di storie riprese sui giornali dai social media senza alcuna verifica è piena la rete. Ma questa ci consente di riflettere su alcune caratteristiche di quello che Derakhshan chiama il television-internet, ovvero sullo statuto delle immagini in rete.

Le tecnologie di ripresa cinefotografica hanno sempre avuto uno statuto attestativo. Questo significa che, quando guardiamo una fotografia o una ripresa cinematografica, siamo sempre coscienti che qualcosa è stato presente davanti all'obiettivo, almeno per un istante. Ovviamente si tratta di una presenza problematica, che non può essere presa per buona "così com'è", ma deve essere sempre collocata nella rete di relazioni che le dà significato.

Tuttavia, al di sotto di questa rete, c'è sempre un resto. Un fondo duro e irriducibile che è appunto la presenza, l'esserci di qualcosa o qualcuno davanti all'obiettivo. Un effetto che la cultura digitale contribuisce a potenziare notevolmente.

Che cosa sappiamo di una foto pubblicata su Instagram, quando c'imbattiamo in essa nel nostro Stream? Ne conosciamo l'autore, che diamo per scontato sia una persona reale anche quando il suo avatar rappresenta un soggetto disincarnato (ad esempio un brand). Ne conosciamo l'orario di pubblicazione e, di conseguenza, la data. A volte conosciamo anche l'esatta localizzazione geografica in cui l'immagine è stata prodotta e non siamo costretti a desumerla dagli elementi diegetici.

Tutto questo non fa che affermare e rafforzare il carattere attestativo proprio dell'immagine cinefotografica e il suo effetto di autenticità, che sta alla base del successo e della diffusione dei social network.

Lo spettatore non è più soltanto consapevole del fatto che, in un modo o nell'altro, sul fondo dell'immagine e dietro alla rete di relazioni che le dà senso, è presente un residuo irriducibile a qualsiasi manipolazione. Ma che sia la presenza stessa dell'immagine all'interno di un certo contesto, quello della piattaforma social, a garantirne il suo valore attestativo.

Se è su Instagram dev'essere per forza vero. Questo è l'assioma che il design della piattaforma (di tutte le piattaforme social) induce a credere attraverso il rafforzamento del carattere attestativo dell'immagine fotografica.

Il rischio delle immagini al tempo dei social è proprio questo, che lo spettatore, educato a questa modalità di fruizione, ne elevi il valore attestativo a unico parametro per giudicarle. Salvo poi finire ingannato quando le immagini cominciano a giocare con la propria veridicità, riaffermando il loro potere di configurare la realtà, creandone una nuova e sintetica.