Ticos, è la parola con cui si chiamano gli abitanti del Costa Rica. Persone qualsiasi incontrate tra alberghi, ristoranti, autobus, strade, spiagge, e negozi durante tre settimane di viaggio nel paese più felice del mondo. #ticostaca è il racconto di questa terra, degli incontri e dei ricordi che c'ha regalato. Una ragnatela quantica di passaggi, tiri e rimbalzi verbali che compongono la mia visione molecolare del più straniero paese che abbia mai visitato.

Alajuela Costa Rica

Viaggiare significa anche costruire e confrontare i nostri immaginari. Me ne rendo conto sul taxi che dall'aeroporto Juan Santamaria ci porta verso la cittadina di Alajuela; è la sera del 20/06/2015 e sono in Costa Rica da non più del tempo necessario per scendere dall'aereo, recuperare i bagagli ed espletare le formalità burocratiche per la seconda volta nelle ultime 14 ore.

Tanto è durato il viaggio per arrivare qui. Mentre percorro queste strade buie, affiancate da lunghe file di casette basse, raramente più alte di un piano, con tetti in lamiera e inferriate alle finestre, mi stupisco nel constatare che l'unico termine di paragone che ho per collocare quella prima visione del centroamerica nella mia geografia personale è un misto tra il quartiere pachuco di GTA V e alcuni romanzi di Ellroy. Tanto che ho quasi l'impressione di vedermi apparire accanto, seduto in uno dei pick up che ci affiancano al semaforo, la sagoma minacciosa di Pete Bondurant.

Allucinazioni da jet lag a parte, anche lo stile di guida del nostro driver rassomiglia moltissimo a quello dell'utente medio del celeberrimo titolo della Rockstar Games: accelerazioni brucianti, frenate al limite della sopportazione dei dischi (o sono pastiglie?) e repentine correzioni di traiettoria per schivare i veicoli e i pedoni, tanti pedoni, che incrociano la direzione del minivan con disinvoltura e sprezzo del pericolo. Come se il lato oscuro del celebre motto "Pura Vida" prendesse forma nella domanda che mi pongo continuamente in quella circostanza: "ti puzza per caso la vita?"

Lo spirito di Juan Santamaria

Ad Alajuela Juan Santamaria è ovunque. Il nostro albergo affaccia sul parco a lui dedicato, al centro del quale campeggia una statua di bronzo che lo raffigura. Juan è l'eroe nazionale e la sua effige brunita lo ritrae in uniforme da tamburino, zaino in spalla, il moschetto puntato in avanti, stretto poco sopra il calcio con la mano sinistra. Nella destra, sollevata in alto, brandisce una fiaccola. Lo scultore ne ha voluto raffigurare l'impeto e lo slancio. Il busto è proteso in avanti, la gamba sinistra piegata nell'avanzare, la destra tesa nella spinta.

Ti aspetteresti che l'eroe nazionale di un paese che poco più di 50 anni fa ha scelto di abolire l'esercito per favorire istruzione ed ecologia fosse un biologo o un maestro di scuola, non un povero tamburino armato di fucile. Ma se lo guardi bene, ti accorgi che nell'impeto di Juan Santamaria non c'è la furia smodata del berserker. Juan è un soldato, non un guerriero.

Alajuela statua di Juan Santamaria

Visitando il museo cittadino, anch'esso dedicato al giovane soldato che di Alajuela era originario (ecco spiegata l'ossessione che ha per lui questa cittadina della Meseta Central), mi pare che l'epica costaricense, raccontata in queste piccole sale ingombre d'oggetti, sia sghemba e strampalata; incongruente.

Battezzata grazie a una colossale svista del nostro Cristoforo Colombo, che l'aveva chiesta poco prima di morire come pegno per i suoi servigi alla corona di Spagna, questo piccolo paese è tutt'altro che ricco. Questa circostanza rappresenta anche la più grande fortuna della Costa (mica tanto) Rica.

Non avendo risorse naturali, infatti, per molto tempo la Costa Rica non è stata soggetta alle mire imperialiste e colonialiste delle maggiori potenze mondiali. Se si eccettua il periodo immediatamente successivo alla morte di Colombo, quando le sue cronache spinsero i conquistadores a invadere il paese, conducendo guerre sanguinose contro i nativi, che si conclusero con lo sterminio pressoché totale di entrambe le parti in causa, la Costa Rica resta sostanzialmente invisibile ai radar fino alla metà dell'800.

Fu in questo periodo infatti che un avventuriero statunitense di nome William Walker, spinto dal concetto di Destino Manifesto (che trovava nella dottrina Monroe la sua espressione legale), cercò di conquistare il Paese. Walker era un medico, avvocato e giornalista che, approfittando della guerra civile in Nicaragua, aveva invaso il Centro America al comando di un esercito di filibustieri (mercenari, sbandati e altra varia umanità raccolta nelle strade o nelle campagne statuinitensi), con l'obiettivo di annetterlo agli Stati Uniti, che in questo modo avrebbero potuto controllare l'intero continente.

Juan Rafael Mora Porras, l'allora presidente della Costa Rica, accortosi del pericolo, riunì un esercito di circa 5.000 civili e marciò contro Walker, sconfiggendolo in tre, decisive, battaglie. L'ultima delle quali durò la bellezza di appena 14 minuti. Fu in una di queste battaglie, quella di Rivas in Nicaragua, che Juan Santamaria trovò la morte, nel tentativo di appiccare il fuoco a una delle posizioni nemiche.

È a questo punto del racconto che le cose tornano al loro posto e questo giovane soldato che ai piedi non porta il tacco opprimente dello stivale, ma un umile paio di sandali da contadino, appare per quello che è veramente. Non solo un soldato, ma un partigiano. Un civile in armi in lotta contro l'oppressore straniero, autoincoronatosi col più farlocco diritto divino.

È solo allora che l'epica costaricense assume un senso. In quale altro paese, se non in un paese che nasce dalla lotta partigiana, poteva concretizzarsi l'utopia di una Nazione che rinuncia alla forza, strumento che impone agli altri la propria volontà di potenza? Questo non cancella contraddizioni e opacità che ammantano la storia successiva del Paese, ma senza dubbio vuol dire qualcosa e, forse, vuol dire molto.

San José Costa Rica

Barbed wire

Ad Alajuela, ma anche a San Josè, Cartago, Puerto Limon, Puntarenas o Quepos il filo spinato è il principale elemento dell'arredo urbano. Solo dalle parti di Turrialba e a Cauhita questo affilato rampicante pare non aver attecchito. Queste distese di casette dagli angoli nettissimi, raramente tirate su in muratura, più spesso in legno o bambù, tanto che, a volte, nelle zone più periferiche, sembrano più delle baracche che delle vere e proprie case, sono così basse che per rimirare i tetti della città, ogni tanto, bastano un autobus e una collinetta nemmeno troppo alta.

Così mi immagino le chapulines, bande di giovani ladruncoli ticos, impegnate in atletici parkour criminali a la Assassin's Creed. Come faranno però a superare, una volta raggiunte dai tetti le abitazioni, i cancelli e le inferiate che trasformano ogni casa in una San Quentin in miniatura? Questo resta un mistero.

Ma ancora una volta, l'immagine di lieve libertà di cui il Paese è ammantato, quella Pura Vida che non abbiamo ancora incontrato, appare meno nitida di quanto ci aspettassimo.

Si può davvero essere liberi, ci domandiamo più volte, quando si sceglie di vivere dietro le sbarre?