Primavera, tempo di elezioni. Stretti tra i morsi della crisi e un panorama sociale sempre meno decifrabile. Un racconto deragliato di come si vive questa vigilia elettorale.

Elezioni Bolzano

Primavera. Tempo d'azzurro, come il cielo di queste settimane. Tempo di brezze e sbalzi di temperatura. Tempo di allergie e raffreddori. Tempo di prime escursioni e gite fuori porta. Tempo di elezioni.

Manca infatti meno di un mese al trito rito dell'ennesima votazione. Quante volte abbiamo votato in questi ultimi mesi, e anni? Due, tre, quattro volte? Boh, non ricordo di preciso, dovrei controllare i bollini, pardon, i timbri collezionati sulla tessera elettorale.

Alle elezioni amministrative del 16 maggio, qui dalle parti di BolzanoBozen, ci arriviamo in pieno delirio sicurezza, recrudescenza di squadrismo 2.0 e con le prime legnate nei denti, assestate dalla crisi sull'impreparata mascella del corpo sociale cittadino.

Al blocco di potere rappresentato dall'amministrazione uscente (PD+SVP et alii) di centro sinistra si contrappone la balcanizzazione del centro destra che complici i litigi interni alla fu Forza Italia si presenta con almeno tre liste.

Una lista no logo di impronta territoriale, Alto Adige nel cvore; la lista di Fratelli d'Italia capitanata dalla virago Tomada con annesso cagnolino elettorale, gadget ormai imprescindibile tanto quanto il primo piano softcore della Meloni sui manifesti; e infine la lista dell'ex Varenne della politica bolzanina, Benny Benussi, che per non farsi mancare nulla corre appoggiato da Casapovnd.

Al di fuori degli schieramenti di tradizione s'agitano e brulicano una serie di altri soggetti politici, la cui collocazione nel tessuto cittadino è più o meno facile da indicare, a seconda dei casi.

Ci sono i né destra né sinistra ma mai mai mai mai mai e poi mai sinistra (dio ce ne scampi, per carità!) del Movimento 5 Stelle. Poi baby face Gennaccaro aka #iostocongenna. La lista Riprendiamoci la città di Dado Kwik-E-Mart Duzzi. Quello che resta della sinistra di un tempo che comprende la diaspora post comunista (SEL e Rifondazione) e i resti fossilizzati dei Verdi, che da queste parti teniamo in vita come si tengono in vita i virus estinti. La lista Project Bozen/Noi per Bolzano, quella che non si trova su Google e per questo dubitiamo della sua esistenza. La Lega Nord invece esce dal commissariamento guidata da un tizio che sembra la versione andata a male di Oscar Giannino. C'è perfino un tale Della Ratta che si presenta con la lista del Partito Socialista, che a vederla ti si stringe il cuore tanto è vintage.

Osservatorio privilegiato per assistere alle schermaglie tra partiti sono, ovviamente, i social network. È qui che si svolge, inflessibile nel suo giudizio, l'agone. Una competizione che non ci risparmia hashtag, meme e l'immancabile conta dei like.

Maria Teresa Tomada

Un conteggio che dovrà però fare i conti con l'astensionismo, vero e proprio convitato di pietra di ogni elezione recente. Basta scorrere un po' le nostre timeline per accorgersi che il non voto è il vero nemico di ogni candidato.

Un nemico combattuto con la stessa tigna con cui i curdi hanno randellato l'ISIS a Kobane. Solo che qui a volare non sono i proiettili, ma gli status e i commenti pubblicati con lena infaticabile sulle piattaforme social.

L'argomento usato è quasi sempre il medesimo. Un ragionamento ricattatorio per cui astenersi dallo scegliere un candidato nel desolante panorama politico contemporaneo sarebbe uno sfregio nei confronti di chi è "morto per farti avere il diritto di voto". Un concetto motteggiato con acume nella puntata di South Park intitolata Douche and Turd, in cui a sfidarsi nell'elezione che dovrà decidere la nuova mascotte della scuola sono una peretta gigante e un panino alla merda. Ovvero gli unici due soggetti che hanno "la faccia tosta necessaria per fare politica".

Un'allegoria la cui levità ricorda quella di un diretto alla mascella di Sugar Ray Robinson. Ed è un bene che colpisca così duro, perché questa retorica andrebbe cancellata da qualsiasi dibattito. Non solo agisce ricattando l'interlocutore con l'evocazione dei morti, ma è spesso accompagnata da una seconda retorica, quella delle "brave persone".

Le "brave persone" sono quelle che potresti trovare facilmente in ogni lista, quelle per cui vale la pena esercitare il proprio diritto di voto. Fa nulla se le "brave persone" sono sepolte da valanghe di candidati impresentabili, o arruolate in liste che servono a perpetrare e trasmettere gli assetti di potere, più che ad amministrare le cosa pubblica.

Di Mr. Smith andare a Washington ne abbiamo visti fin troppi. Alcuni, pochi per la verità, sono tornati a casa con le pive nel sacco. Altri, la maggior parte, hanno imparato in fretta a capire come girava il vento.

La politica, per come io credo debba essere, è l'espressione dei valori in cui si riconosce una comunità. Se mi viene chiesto di esprimere qualcosa con il voto vorrei che questa cosa fosse, appunto, una comunità in cui riconoscermi e non una persona, brava o cattiva che sia.

I volti che diventano santini, per me, hanno il sapore ambiguo della colla delle figurine. Quelle che appiccichi sull'album per coprirne gli spazi. E come un album di figurine anche la mia città, in questi tempi di cambiamento e di tumulto, non è altro che un collage di spazi bianchi e anonimi e numerati. Spazi che quelle facce coprono e coprendoli ne nascondono la natura e le intenzioni.

Chi esprimono le "brave persone"? A nome di chi parlano, quei volti e quei sorrisi contunedenti? E chi li ascolta? Manca questo, nel racconto di questa primavera elettorale, manca chi ricostruisca la geografia dei copri sociali e delle comunità che abitano le vie e le piazze che abito ogni giorno.

Vote or die, motherfuckers!