[CONTIENE SPOILER] In questa recensione leggo e racconto Perfidia, l'ultimo romanzo di James Ellroy, con cui lo scrittore americano inaugura una nuova quadrilogia per raccontare Los Angeles tra il 1941 e il 1946.

Perfidia copertina

La prima volta che ho letto James Ellroy avevo 18 anni. Ricordo che era una mattina di primavera ed ero autorizzato a non andare a scuola. Di lì a qualche ora avrei preso un treno, destinazione Milano, per assistere al concerto dei System of a Down. Il tour di Toxicity, che era uscito giusto qualche mese prima. Fate voi il calcolo, se vi interessa sapere che anno era.

Ora io, se posso, non viaggio mai senza un libro appresso. Soprattutto oggi che i viaggi in treno sono uno dei momenti in cui riesco a mettere in fila con facilità più di due o tre ore di lettura. Perciò, anche quella mattina, prima di prendere il treno ho fatto un salto in libreria. Cercavo American Tabloid, che alcuni miei amici avevano già letto l'estate precedente. Avevano soltanto White Jazz. Lo presi lo stesso. Non senza una punta di delusione.

Fu amore a prima vista. Feroce, scorretto, violentissimo, Ellroy era un tampone di benzedrina ficcato in fondo alla mia narice di adolescente. E poi aveva quel modo tutto suo di delirare Storia. I personaggi che tratteggiava si muovevano a cavallo tra il mondo finzionale dell'autore e la realtà riportata sui libri di scuola. Un intreccio di piani così ben ordito che veniva voglia di credere che le cose fossero andate veramente così, che quei personaggi fittizi fossero esistiti realmente.

James Ellroy, per me, rappresenta la cosa o la figura più prossima all'idea stessa di scrittore. Perché è irraggiungibile, posto in una dimensione altra con cui difficilmente potrò mai relazionarmi, e allo stesso tempo fondamentale, perché coi suoi libri ha accompagnato la mia vita in tanti periodi diversi.

Non per niente è uno dei pochi autori che ho riletto, consigliato e regalato.

E forse è proprio perché è così importante per me che non sono mai riuscito, prima di oggi, a scrivere di lui. Non che non ci abbia provato, ma tutte le volte che l'ho fatto avvertivo di scontrarmi contro un pesante alone di inadeguatezza. Le parole sembravano non riuscire a fluire dalla testa alle dita, dal pensiero alla concretezza della tastiera.

Una lacuna che provo a colmare oggi scrivendo di Perfidia, il suo ultimo romanzo, uscito in Italia per Einaudi.

Perfidia - la trama

Perfidia è una canzone scritta da Alberto Dominguez le cui note si odono in sottofondo in diversi momenti del libro.

Perfidia in spagnolo significa tradimento.

Perfidia è il romanzo con cui James Ellroy inaugura una nuova tetralogia.

Un ciclo i cui eventi precedono quelli raccontati nel Los Angeles Quartet, composto da Dalia Nera, Il grande nulla, L.A. confidential e White Jazz.

Il romanzo si snoda lungo un arco di 24 giorni collocati a cavallo del bombardamento giapponese alla base americana di Pearl Harbor, quando il 1941 sfuma nel 1942 e la Seconda Guerra Mondiale ha inizio anche negli Stati Uniti d'America.

Il romanzo racconta del cruento omicidio di una famiglia giapponese, i Watanabe, trovati morti in quello che all'apparenza sembra un suicidio eseguito secondo i rituali del Giappone feudale, ma i cui molti dettagli stonati fanno dubitare più di un personaggio dell'esattezza di questa ricostruzione.

Alle vicende dei protagonisti del libro fa da sfondo l'internamento dei cittadini americani di origine giapponese, che le autorità statunitensi pianificarono e misero in atto, come misura di sicurezza e ritorsione nei confronti del nuovo nemico.

Perfidia - la scrittura

Nonostante a molti lettori affezionati gli ultimi romanzi dell'autore americano abbiano lasciato l'amaro in bocca, il lieve slittamento stilistico che caratterizza Perfidia e il suo predecessore, quel Il sangue è randagio con cui Ellroy ha chiuso la Underworld USA Trilogy (di cui fanno parte anche American Tabloid e Sei pezzi da mille) rappresenta un cambiamento nella continuità.

Il fotografo attaccò all'apparecchio una striscia di flash. Attraversarono la strada di corsa ed entrarono nell'hotel. Niente atrio, niente reception. Una scalinata portava dritta al primo piano di sopra.

Salirono di corsa, in fila indiana. Elmer era già davanti alla porta della 216. Formarono una linea d'irruzione. Il fotografo restò alla retroguardia.

Dudley sfondò la porta con un calcio. Ecco il Lupo Mannaro.

È a letto. In mutande. Sta bevendo del moscato.

Da notare i germogli di bambù appoggiati al comodino. Sono coperti di sangue secco e merda.

Entrarono di corsa. Scattò il lampo di un flash.

Il Lupo Mannaro ringhiò. Dudley sparò un colpo, facendo volare in pezzi una finestra. Flash numero due. Elmer sparò un colpo sul muro facendo schizzare calcinacci. Scotty sparò due colpi, abbattendo le gambe del letto. Il materasso e il Lupo Mannaro piombarono sul pavimento.

Flash numero tre. Dudley caricò Bamboo Shudo e gli diede un calcio in testa. Shudo strillò. Elmer di avvicinò e gli mise un piede sul collo. Flash numero quattro. La stanza divenne fosforescente. Dudley, accecato dal lampo, si sentì girare la testa.

Scotty afferrò i polsi di Shudo. Dudley sentì rumore di ossa spezzate. Il capogiro era passato. Scotty ammanettò Shudo le mani dietro la schiena. Lo trascinarono via.

[...] Il fotografo scattò un'istantanea. Pop! Dudley con le mani nella criniera del Lupo Mannaro e il Lupo ringhiante.

Questo frammento, tratto appunto da Perfidia, mantiene intatta tutta l'irruenza tipica dell'autore americano.

Pearl Harbor

Il classico stile paratattico di Ellroy - una frase, un'azione - conferisce alla scena un ritmo sincopato. Nell'irruzione che porta all'arresto di Bamboo Shudo ogni azione sembra essere conseguenza della precedente, tutto accade come se non ci fosse alternativa possibile alla catena di azioni che appare sulla pagina. Come se la descrizione fosse un battito cardiaco tanto accelerato quanto irregolare, sgangherato.

In tutta questa concitazione, l'espediente del flash della macchina fotografica interviene a fare da freno. Gli scatti del fotografo rallentano l'azione fino a bloccarla, immortalandola nei sali e nei nitrati della pellicola.

Sembra quasi di vederle, in quelle foto virate al seppia, le grinte di Scotty, Dudley ed Elmer, il ringhio del Lupo Mannaro, la danza di schegge di legno e polvere sollevata dalla violenza dell'azione.

Ma quest'irruenza oggi s'accende all'interno di una scrittura che s'è fatta meno adrenalinica e più visionaria, complessa e densa. Uno stile maturo e riflessivo, molto più feroce di un tempo nel sezionare le psicologie dei personaggi.

Una capacità di analisi con cui Ellroy nutre i suoi characters di un'energia dirompente, quella stessa forza creatrice con cui il senso morale di un'epoca viene plasmato dai suoi protagonisti e non discende su di essi come Spirito Santo. La sostanza informe che, cristallizzandosi, trasforma in Storia quell'intreccio di irresponsabilità politica, spietata osservanza della legge e cinica aggressività criminale che sono le storie raccontate da James Ellroy.