Martedì sera tre ragazzi di Bolzano sono stati aggrediti da un gruppo di fascisti. Di chi è la responsabilità di questo gesto di violenza politca? Questa è una riflessione sui meccanismi con cui si legittima la violenza fascista in una città.

Aggressione fascista Bolzano

È la sera di San Patrizio e mentre al Palaonda i Foxes, la locale squadra di hockey, affrontano e battono il Lienz per 2 a 1, nella gara 6 dei playoff del campionato Ebel, tre ragazzi qualsiasi, anzi no, tre militanti di sinistra, come titola oggi il quotidiano Alto Adige, stanno bevendo un paio di pinte in un locale del centro.

Lasciate che vi spieghi una cosa: a Bolzano fare militanza a sinistra è un po' come come essere carnivori a una festa di vegani. La città, almeno da quando io ne ho memoria, non ha mai avuto spazi sociali e tantomeno collettivi organizzati al di fuori dei partiti istituzionali. Perciò non sono molti i ragazzi che fanno politica attiva a sinistra. Giacomo, Michele e Giacomo sono tra questi e il solo fatto di essere militanti di sinistra - di che sigla, struttura o organizzazione conta poco - in una città storicamente refrattaria a questo genere di pensiero, li rende visibili e riconoscibili.

Usciti dal locale i tre vengono apostrofati da un gruppo di persone. Gli gridano "zecche" e qualche altro insulto. Sono circa in otto. Il rapporto è di 2,6 a 1. Troppo elevato per provare a reagire, meglio non rispondere alla provocazione e tirare dritto. Purtroppo non basta per evitare l'aggressione. Dei tre, due riescono a cavarsela con poco, uno resta a terra e subisce.

Questi, in breve, i fatti. Non serve dire altro, il copione è identico a quello che abbiamo visto, letto e sentito più di una volta in questi anni. A Trento, 50 km più a sud di Bolzano, aggressioni di questo genere si ripetono regolarmente da almeno 18 mesi.

Il fatto è grave e anche se oggi politici e istituzioni sembrano cadere dalle nuvole domandandosi com'è stato possibile, l'aggressione di martedì non nasce dal nulla.

Come si legittima la violenza fascista in una città?

Io non sono Emilio Lussu, non ne ho la prosa e nemmeno la profondità di visione, ma in base a quello che ho visto negli ultimi mesi una certa idea me la sono fatta. E voglio provare a raccontarvela.

Inizia tutto con un clima, un clima di insicurezza. Viviamo una crisi profonda, sistemica, ma ci manca l'ampiezza di ragionamento e di visione per abbracciarla tutta in un colpo solo. Ci mancano gli strumenti e chi dovrebbe aiutarci a costruirli; chi fa informazione, troppo spesso, rinuncia.

Chi fa informazione non ha tempo, forse voglia, o forse non è proprio capace di raccontare quanto è complessa la nostra realtà, senza per questo appiattirla sull'hic et nunc della cronaca spicciola. I giornali locali sono pieni di furti, risse, aggressioni, spaccio. Sintomi della costante instabilità che viviamo in questi giorni.

Sintomi che spaventano, che ci fanno paura, ci intimoriscono. Perché ci toccano da vicino: nei nostri affetti e nei nostri averi. Minano le basi su cui si fondano le nostre comunità e il nostro modo di stare insieme.

Marcia su Roma e dintorni copertina

Naturalmente sono sempre gli altri a farci paura. Immigrati, zingari, clandestini, drogati, zecche, disadattati. Sulle cause della malattia si tace, la crisi che viviamo non si spiega, esiste ma ci riguarda solo dall'esterno. Come i suoi sintomi sono altro da noi, così lo è anche la crisi.

Ma se la crisi interviene dall'esterno, se non ci riguarda mai direttamente, se non ne facciamo parte, allora la soluzione è semplice: eliminare i sintomi significa eliminare la malattia. Il discorso sicuritario si basa su questo paragone medico, del tutto fallace.

Ogni volta che il clima di paura viene inoculato nel corpo sociale si crea una domanda, la domanda di sicurezza. Il fascismo è la risposta più semplice a questa domanda, e la naturale evoluzione del discorso securitario.

Se siamo minacciati dobbiamo difenderci. Se nessuno ci difende lo faremo da soli. Noi agiamo in difesa di tutti, voi che fate? Loro ci difendono, perché li criticate?

Fatevi un giro nei commentari dei giornali o sui social network e troverete decine di esempi e variazioni su questo tema. Più il discorso securitario s'allarga e più questo genere di risposta trova spazio e visibilità, sui giornali e da parte dei politici.

Perché è una risposta immediatamente logica, comprensibile, facile. Appiattisce la complessità, genera un preciso circuito di stimolo e risposta, problema e soluzione, azione e reazione. Criticare questa risposta significa mettersi dalla parte della minaccia e avallarla.

Se ti piaccino tanto, i profughi, prenditeli a casa tua. Dici così perché nessuno è mai venuto a rubare da te. Voglio vedere che farai quando te li troverai in casa, gli zingari.

Visibilità e agibilità politica, in queste persone, creano un senso di impunità. È così che si legittima la violenza, dando spazi sui giornali e nelle piazze, garantendo agibilità politica, giustificando e proteggendo.

Sergio Bonagura, il coordinatore del PD bolzanino, ha dichiarato che siamo di fronte a

una violenza politica pianificata che deve essere stroncata sul nascere senza se e senza ma

Io non sono d'accordo con lui. Credo che l'aggressione di martedì non fosse pianificata. Credo che un gruppo di fascisti abbia semplicemente riconosciuto tre compagni e, forti del numero, li abbia aggrediti. Ma la forza del numero non basta per aggredire in pieno centro tre ragazzi. Serve anche la convinzione che quel gesto si possa fare, che sia legittimo. Questa non è una violenza politica che sta nascendo, è già nata.

È nata sulle pagine dei giornali, nei discorsi della gente, dal lassismo e dalla complicità dei politici. L'aggressione di mercoledì è sintomatica, è l'emersione e la conseguenza del clima che si è creato a partire dalla nostra incapacità di capire e raccontare la crisi che viviamo. Se vogliamo stroncarla è da qui, credo, che sia necessario ripartire.