Pensieri sparsi e sragionati a partire dal video della distruzione del museo di Ninive da parte dei miliziani dell'ISIS.

Distruzione del museo di Ninive from Mazzetta on Vimeo.

Peccato che la televisione non sia arrivata in tempo per trasmettere lo spettacolo. Chi l'ha visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie assicura che pareva mai non sia! lo scoppio della terza guerra mondiale. I bambini passavano di stanza in stanza come l'esercito di Attila e fracassavano a martellate quanto incontravano sul loro cammino.

Se dal profondo della sua tomba o dall'alto dei cieli il compianto Gianni Rodari me ne vorrà, mentre scrivo queste parole, non potrei certo biasimarlo. Accostare il suo nome alla barbarie fascista dell'ISIS non è una cosa che andrebbe fatta a cuor leggero. Spero perciò che quanto seguirete a leggere sia abbastanza sensato da giustificare l'azzardo.

C'è un racconto, nelle Favole al telefono, che non smetteva di venirmi in mente ieri, quando ho avuto il dispiacere di vedere i miliziani dell'ISIS devastare a colpi di mazza le antiche statue del museo di Ninive.

S'intitola, quel racconto, Il palazzo da rompere. E narra di come una volta, nella città di Busto Arsizio, venne costruito, per guarire i bambini dalle loro scalmane, un palazzo tutto da rompere.

Quegli uomini barbuti, armati di mazze, che fracassano le statue m'hanno ricordato i bambini di Rodari che, armati di martello, si dedicano alla minuziosa distruzione del palazzo da rompere.

L'iconoclastia ha sempre, almeno per me, un che di infantile. Il piacere di rompere qualcosa, che sia il ghiaccio che si forma d'inverno sulla superficie di una pozza o il vetro della finestra d'un edificio abbandonato, riempie e appaga, ci fa tornare bambini, da adulti che siamo, in un reame dove le regole sono talmente minimizzate e relative da sparire.

Ci interessa godere del fragore dei cocci, della scarica di adrenalina che proviamo quando assesstiamo il colpo e vediamo l'oggetto della nostra furia sgretolarsi davanti agli occhi.

La logica di sopraffazione è la stessa mostrata nei video delle decapitazioni, solo meno solenne, più ridanciana, nonostante i ralenti che vorrebbero sottolineare l'inesorabile logica delle mazzate.

Che destino ci attende dunque, al termine della storia? Rodari racconta che al quarto giorno, lacera e impolverata, l'armata bambina esaurì le forze di fronte ai muri del palazzo da rompere e si ritirò.

Ma se pensate che lo scheletro di cemento dell'edificio rimase in piedi, vi sbagliate. Dopo i bambini, furono gli adulti che cominciarono a demolire il palazzo, finché non ne rimase traccia.

Nella distruzione di quelle pietre non abbiamo perso solo opere d'arte di grande interesse e importanza. In quella distruzione abbiamo reciso un filo che ci legava al passato, alla storia dell'umanità tutta. L'azzeramento della memoria, la tabula rasa degli strati che creano la nostra storia e identità, per dar vita a un paesaggio di macerie che diventa condizione imprescindibile della costruzione di un nuovo ordine.

Questo, io credo, sia l'obiettivo delle martellate dell'ISIS.