Scontri a Milano

Una celebre frase del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein dice che "i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo". Ciò significa più o meno che quanto possiamo conoscere del mondo è racchiuso nel nostro linguaggio, ovvero nella nostra capacità di padroneggiare più o meno approfonditamente quei sistemi di segni che ci permettono di comunicare.

Spostando in avanti il discorso possiamo anche affermare che è il linguaggio che fa esistere il nostro mondo. Quindi nominare una cosa equivale a crearla e conferire ad essa una specifica esistenza e infatti, come dice Bart Simpson, una rosa non avrà un buon profumo, se la chiamiamo "puzzocaccola".

Verrebbe da pensare che chi si occupa di informazione abbia una certa familiarità con questo tipo di riflessioni, proprio perché il mestiere del cronista consiste nell'usare le parole per dare forma e sostanza a quanto accade nel mondo. Eppure a volte, leggendo i quotidiani e i principali siti di informazione, viene piuttosto da pensare il contrario.

La scelta delle parole giuste non è solo un fatto che attiene alla sintassi o alla grammatica ma è anche un fatto che (dovrebbe) avere a che fare con l'etica e la correttezza professionale di chi per mestiere ha deciso di farsi carico della responsabilità di raccontare il mondo. Non si pretende che tutti possano conoscere ogni parola e le rispettive sfumature di significato, ma per fortuna la cultura enciclopedica che ha caratterizzato lo sviluppo della società occidentale in un certo periodo della sua storia ci ha messo a disposizione strumenti chiamati dizionari, in grado di sopperire alle nostre mancanze.

Ecco è proprio da un dizionario, il Sabatini-Coletti - messo a disposizione dal sito del Corriere della Sera - che ricavo questa definizione del vocabolo scontro: contrapposizione armata di eserciti, di gruppi o di persone. Armata significa che entrambe le parti sono dotate di armi, vocabolo per il quale il suddetto dizionario mi restituisce la seguente definizione: qualsiasi oggetto predisposto per ferire o per uccidere.

Ecco perciò che mi domando come sia possibile che un giornalista professionista (do per scontato che chi scrive per un quotidiano nazionale sia un professionista, che sia pagato o meno) possa definire scontri i fatti ritratti in immagini come quelle che si vedono qui e qui. Per chi non avesse voglia di aprire i link specifico che mi sto riferendo alle foto delle cariche portate dalle forze dell'ordine ai danni di diversi cortei studenteschi svoltisi in mattinata. Certo ci sarà chi filosofeggierà sui caschi e sugli scudi, simboli evidenti di una volontà "eversiva", ma per quanto attiene al dizionario quelli non sono scontri. Così come se uno da dietro vi tira un pugno non è una rissa, ma è un'aggressione.

Quest'abitudine di definire scontro qualsiasi contrapposizione tra le forze dell'ordine e un gruppo di manifestanti, anche quando questi non sono armati, è un'abitudine radicata sia negli organi d'informazione sia in quelli di contro-informazione. Sarebbe forse necessaria una moratoria, uno sforzo collettivo per mettere da parte certi automatismi e ridare alle parole il loro significato corretto. Sono certo che la nostra percezione del mondo ne gioverebbe.