Come fanno a diventarci indifferenti le immagini che ci circondano nel circuito dei media? Questa analisi cerca di spiegare perché è necessario recuperare la nozione di intermedialità per costruire un ecosistema visivo non ingannevole.

Matrix code Nella giornata in cui in tutta Italia gli studenti che manifestano per bloccare l'approvazione del DDL Gelmini vengono caricati dalle forze dell'ordine con la consueta violenza, la rete rilancia un servizio del TG1 in cui, per raccontare gli avvenimenti legati a questa protesta, vengono usate immagini di repertorio appartenenti ad altri episodi analoghi.

In particolare, per raccontare il tentativo di irruzione di alcune centinaia dii studenti romani dentro il parlamento, vengono usate immagini che si riferiscono alle manifestazioni di protesta dei terremotati abruzzesi di qualche mese fa.

I vertici della RAI si sono giustificati imputando l'accaduto ad un errore tecnico, tuttavia, vista la scarsa credibilità di cui gode il telegiornale di Minzolini, in molti hanno letto questa palese contraffazione come un tentativo di raccontare i fatti in maniera pretenziosa, adulterata.

In pratica al TG1 è stato rimproverato di usare le immagine ricercando effetti di senso (in questo caso accentuando il carattere violento delle proteste). Tuttavia la pratica di utilizzare immagini di repertorio per ottenere particolari effetti di senso nei servizi dei telegiornali è una pratica diffusa e consolidata, basti pensare a una delle immagini simbolo di Desert Storm, quel cormorano ricoperto di petrolio, che ci ha raccontato il disastroso impatto ambientale di quella guerra, la cui immagine era stata però ottenuta a migliaia di chilometri dall'Iraq, in occasione di un'altro disastro ecologico.

In questo caso è evidentemente la scarsa credibilità dell'organo di stampa ad avere fatto problema, suscitando accese rimostranze. La rete gioca in questo meccanismo un ruolo essenziale, la contraffazione è stata smascherata sia perché ci si è accorti che le immagini pubblicate on-line fin dal pomeriggio di ieri non coincidevano con quello montate nel servizio del TG1, sia perché grazie all'immenso archivio digitale messo a disposizione dalla rete è stato possibile ritrovare le immagini originali e ricondurle all'evento a cui facevano riferimento.

Per chi si interessa di immagini, e del ruolo che queste occupano nella cultura contemporanea, tali dinamiche sono straordinariamente interessanti, perché permettono di riflettere sullo statuto operativo che le immagini hanno assunto all'interno della cultura digitale.

Intervenendo al Festival FuturoPresente di Rovereto, il filosofo Pietro Montani ha inquadrato, in maniera a mio avviso straordinariamente efficace, la questione dello statuto delle immagini entro l'orizzonte della cultura digitale contemporanea. Assumendo come territorio privilegiato della produzione di immagini il concetto di multimedialità, si possono individuare due tendenze:

  • Una tendenza è quella che Montani definisce, sulla scorta delle riflessioni di Bolter e Grusin sul concetto di Rimediation, "unificazione ipermediale" e cioè un atteggiamento che risponde ad un disegno mercantile il cui effetto sarebbe quello di determinare l'assorbimento dello spettatore in un Gesamtkunstwerk fasullo (il franchise come immagine).

  • La seconda tendenza andrebbe rubricata con il nome di "differenziazione intermediale". Si tratterebbe di un'atteggiamento rispondente ad una logica interna ai media elettronici, basata su "numerose convergenze, plurimamente differenziate".

Al secondo atteggiamento corrisponde una politica post produttiva dell'immagine, un accostarsi alla produzione pandemica di elementi visuali con gli strumenti propri del montaggio, intendendo questa nozione sulla scorta delle riflessioni che ad essa dedicano i suoi cultori più importanti, da Warburg a Godard, passando per Ejzenstejn, Vertov, Benjamin.

Giocare l'intermedialità dell'immagine significa prendere posizione rispetto ai media per collocarsi nella loro differenza e lavorarla con sguardo critico

L'intermedialità presuppone, dunque, una presa di posizione, un posizionarsi nella differenza tra i media che consente di lavorarla criticamente.

Al contrario, al primo atteggiamento corrisponde un impoverimento dell'esperienza sensibile da cui derivano effetti di derealizzazione. Con ciò non si vuole affermare che il digitale alteri l'idea, strettamente legata alla fotografia, della veridicità dell'immagine.

Come nota acutamente David Rodowick ne Il cinema nell'era del virtuale, il realismo fotografico resta l'obiettivo dichiarato delle immagini digitali (tutta la storia del videogame non è altro che un rincorrere quel realismo esasperato dell'immagine che può garantire il massimo grado di coinvolgimento del giocatore all'interno dell'esperienza di gioco. Preoccupazione che, pur non essendo essenziale, è stata al centro dell'evoluzione d questa forma di intrattenimento).

Ciò che si intende quando si attribuisce all'unificazione digitale la responsabilità della creazione di effetti di dereralizzazione è che, pur mantenendo la sua capacità referenziale, l'immagine risulta indifferente rispetto alla sua capacità attestativa.

La pubblicità ci offre esempi molto chiari di questa dinamica, basti pensare alla grande quantità di corpi modificati digitalmente tramite programmi di videoediting che possiamo vedere sfogliando una rivista, facendo zapping in televisione o camminando per le strade delle nostre città.

Pur essendo consci di avere di fronte il risultato di una manipolazione digitale, questa consapevolezza ci è indifferente, in quanto la capacità dell'immagine di riferirsi ad un referente supposto reale basta a rendere verosimile quell'esperienza, con un impoverimento conseguente della nostra esperienza sensibile.

Insomma, nel caso delle immagini del TG1 ci siamo trovati di fronte ad un tentativo di far giocare l'unificazione ipermediale dell'esperienza visiva su di un piano politico.

L'indifferenza nei confronti delle immagini montate nel servizio avrebbe avallato l'idea che le dimostrazioni che hanno avuto luogo ieri di fronte al Parlamento avevano avuto una connotazione violenta, cose che, alla prova dei fatti, è stata smentita.

In questo caso, la capacità della rete di giocare la differenziazione intermediale, ha permesso di smascherare il gioco, riconducendo quelle immagini alla loro capacità attestativa e testimoniale e creando concatenamneti tra le lotte in corso nel nostro Paese.

Bibliografia

Pietro Montani, L'immaginazione intermediale

David N. Rodowick, Il cinema nell'era del virtuale