Recensione al volume L'occhio del Novecento di Francesco Casetti.

L'occhio del Novecento

Francesco Casetti; L'occhio del Novecento. Cinema, esperienza, modernità; Bompiani, Milano 2005.

Con L'occhio del novecento Francesco Casetti, uno dei massimi esponenti della filmologia italiana, segna l'inizio di una nuova fase del suo percorso di studio. Una fase che, come per altri recenti contributi, sembra distaccarsi dai paradigmi teorici della semiotica, che per molti anni hanno fortemente caratterizzato l'orizzonte degli studi sul cinema in Italia. Sarebbe il caso di argomentare in maniera più approfondita su questo distacco, ma si tratta di un argomento meritevole di un'approfondimento che il breve spazio di una recensione non può concedere.

Il sottotitolo del volume di Casetti, Cinema, esperienza, modernità, traccia molto chiaramente i confini dell'analisi operata dalla studioso ed i campi di interesse entro cui questa si colloca. La tesi di fondo del libro è la seguente: il cinema costituirebbe un dispositivo tecnico-sociale che è stato capace di cogliere, mettere in forma e problematizzare i tratti salienti dell'esperienza della modernità. E sarebbe stato in grado di compiere questo sforzo mettendo a punto strumenti tecnico- interpretativi propri e caratterizzanti.

Insomma, in quanto discorso sociale il cinema acquisirebbe la fisionomia di un fenomeno dotato di capacità autoriflessiva e in grado di suscitare effetti performativi

Casetti propone un'analisi del cinema inteso come esperienza, sociale ed estetica allo stesso tempo, in cui molta attenzione è dedicata all'analisi delle glosse teoriche che ne hanno accompagnato la nascita (Benjamin, Balàzs, Epstein, Ejzenštejn, Kracauer ecc.) ed hanno contribuito a definirne le potenzialità, i limiti, le caratteristiche proprie. Senza però dimenticare che ogni riflessione teorica deve essere accompagnata da un oggetto teorico che ne viene influenzato e la influenza simultaneamente. Molte sono, infatti, le analisi di film ritenuti esemplari per evidenziare passaggi teorici di particolare interesse. L'approccio al materiale filmico è prettamente sincornico, volto a creare legami, a volte inaspettati, tra testi molto diversi tra loro, ma accomunati da tensioni teoriche assimilabili.

La ricognizione operata da Casetti fa emergere un paesaggio in cui il cinema si pone come una pratica, una riflessione ed un'esperienza fortemente dialettica, i cui tratti caratterizzanti sono la capacità negoziale, la capacità di fare proprie le istanze problematiche della modernità (reinterpretandole e dunque cercando ad esse soluzioni), ed infine la capacità del cinema di imporsi come strumento comunicativo, come medium.

È in particolare sulla capacità negoziale del cinema che si sofferma Casetti, proponendo l'analisi di alcuni ambiti in cui questa si è dispiegata al massimo grado; ambiti che ripropongo qui di seguito:

  1. La dialettica tra frammento e totalità, che ha nel funzionamento dell'inquadratura, finestra sul mondo dai limiti sempre passibili di essere messi in discussione, la sua figura chiave.
  2. La dialettica tra soggettività ed oggettività, in cui l'oggetto della visione appare sempre in rapporto ad un focolaio di percezione, che ne determina la visibilità.
  3. La dialettica tra macchina e uomo perfettamente incarnata dal funzionamento della cinepresa, ad un tempo occhio meccanico (impassibile, automatico, distaccato) ed occhio antropomorfo (strumento capace di replicare la visione mentale ed il meccanismo di funzionamento del pensiero).
  4. La dialettica tra eccitazione ed ordine, per la quele il cinema, pur essendo un dispositivo capace di generare forti shock sensoriali nello spettatore, agisce, in special modo tramite il montaggio, organizzando tali shock in un insieme dotato di senso.
  5. La dialettica tra immersività e distacco che caratterizza l'esperienza della sala cinematografica, spazio in cui ci si immerge nella realtà dello schermo distaccandosi dalla realtà di fatto.

L'analisi di Casetti si conclude con un capitolo che mi sembra di cruciale importanza per la questione che pone a coloro che si occupano di cultura visuale. Dopo aver analizzato i tratti peculiari dell'esperienza cinematografica, così come essa si è sviluppata nel'900, Casetti riflette sulle modificazioni che l'epoca contemporanea ha apportato a questa esperienza. Secondo l'analista il Cinema, così come lo abbiamo conosciuto, non esiste più, sostituito da un'esperienza visiva, ancora priva di nome, ma che si potrebbe, perlomeno in via non definitiva, etichettare col nome di Cinema 2.

Tale entità si culla tra tre sfide fondamentali: A) la comparsa di nuove tecnologie di produzione delle immagini filmiche: il digitale. B) le nuove modalità di fruizione che atomizzano l'esperienza dello spettatore. C) il panorama mediale caratterizzato dalle dinamiche di convergenza e dal ruolo sempre più importante dell'interattività. Pur non condividendo alcuni assunti a proposito di queste caratteristiche, riconosco che in queste tensioni si delinea il campo di forze che in cui la cultura visuale contemporanea sta evolvendo e delineando la propria fisionomia.