Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Loop nel numero.8 maggio/giugno 2010. Nonostante alcune di queste riflessioni, alla luce di letture più recenti, debbano essere ripensate lo pubblico ugualmente
Un muro di scudi, manifesto Qualunque sia il nostro giudizio al proposito, è ormai un dato di fatto che le narrazioni siano una presenza pervasiva in molti ambiti, anche diversi fra loro, del sapere. Mi sembra che tanto la  comunicazione di massa, quanto quella politica, non sfuggano a questa tendenza, ed è anzi, grazie a strategie narrative ben precise, che queste possono operare la “testualizzazione del reale”, propria di  tutti i dispositivi di costruzione del senso. Tali operazioni hanno come effetto la creazione di un immaginario, che nutre ed orienta la comprensione che abbiamo dei fenomeni che ci vengono raccontati.  Quella che mi accingo a fare, è una ricognizione delle strategie di costruzione dell’immaginario all’opera in due manifesti politici, che sostanzia la comprensione dei fenomeni migratori, nell’Italia  contemporanea.

La particolarità di questo manifesto neofascista risiede nell’immagine che lo accompagna. Sotto allo slogan “Un muro di scudi ferma l’invasione”, un fotogramma tratto dal film 300 ci mostra il condottiero  spartano Leonida. Il carattere europeista del neofascismo moderno ha fatto sì che molti gruppi di estrema destra abbiano individuato negli USA e nella cultura statunitense un oggetto di critica, un nemico  (anche storico) a cui opporsi. A prima vista sembrerebbe perciò strano che un tipico prodotto della Hollywood “liberal e sionista”, possa essere stato fatto convergere in un manifesto anti-immigrazione.

In un saggio recentemente ripubblicato, “300 (Allegoria e guerra)”, Wu Ming 1 aveva letto l’operazione 300 (graphic novel e film) nei termini di un’allegoria della War on Terror (e dell’ideologia dello  Scontro di Civiltà che la nutriva). 300, nell’intuizione di Wu Ming 1, che riprende il pensiero di Furio Jesi, funzionava come un “mito tecnicizzato”, una narrazione che ci colpisce singolarmente, pur  rivolgendosi ad una massa (si invoca “un muro di scudi”, ma si raffigura un solo uomo, un condottiero, un duce), rispondente ad una strategia di soppressione dell’altro, del nemico, e capace di cancellare il  carattere universalistico del “mito genuino”, per sostituirlo con un punto di vista ben preciso, situato: quello di una collettività che si oppone ad una collettività “altra”, il “noi contro di loro”, che sembra  essere la chiave di lettura privilegiata dall’Occidente per la maggior parte degli eventi geopolitici contemporanei. Insomma, nel far convergere un contenuto da una piattaforma mediale ad un’altra, si è  verificata anche la migrazione dell’immaginario sotteso a quel contenuto.

Ma quale sarebbe il punto di vista preciso e situato che la narrazione tecnicizzata della battaglia delle Termopili costruirebbe per il proprio spettatore? E, dunque, quale sarebbe il punto di vista da cui i neofascisti laziali osservano i fenomeni migratori?

300 racconta di un’assedio, quello portato dalle truppe del re persiano Serse contro le città della Grecia; ma oltre ad essere una tattica militare, l’assedio può assumere anche una valenza simbolica. Nei suoi studi sulla paura, lo storico francese Jean Delumeau ha definito il complesso “della città assediata” (une cité assiégée), come un particolare stato psicologico, tipico di una collettività che – attanagliata da una paura che appare in relazione ai cambiamenti nella struttura e nella diffusione del sapere – nel momento in cui si rappresenta come una minoranza minacciata da una collettività ampia e pericolosa, reagisce rivolgendosi contro le parti più deboli di se stessa.

Il cinema hollywoodiano ci ha fornito, oltre a 300, un’altra grande rappresentazione d’assedio: si tratta della battaglia del Trombatorrione, che si svolge nel secondo episodio della riduzione cinematografica di The Lord of the Ring, The Two Towers. Ciò che accomuna queste due visioni dell’assedio è il trattamento figurativo delle masse. Se da una parte, infatti, gli assediati vengono raffigurati sempre come un collettivo solido ed ordinato, massiccio e compatto, dall’altra parte, gli assedianti posseggono una proprietà “fisica” di carattere radicalmente opposto. La massa assediante oscilla tra uno stato liquido ed uno stato viscoso. Il carattere liquido-viscoso, nell’immaginario fascista, è attributo fondamentale del nemico. Questo perché la viscosità, in quanto coincidenza di due caratteri opposti (solido e liquido), testimonia l’ambiguità ed il disordine, proprie di ciò che si percepisce come altro da sé. Dovrebbe essere chiaro a questo punto che lo sguardo proposto dal manifesto è lo sguardo assediato, uno sguardo che si effettua dall’alto delle mura (teichoskopia), a distanza di sicurezza. Sfuggendo l’incrocio di sguardi, condizione essenziale che permette all’altro di donare presenza al medesimo, lo sguardo assediato diventa, a tutti gli effetti, uno sguardo “solipsistico”.

Che l’assedio funzioni come cornice interpretativa dei fenomeni migratori ci è confermato anche da un altro manifesto, ben più conosciuto di quello neofascista da cui il nostro ragionamento ha preso le mosse. Si tratta di un manifesto della Lega Nord, che rappresenta un’imbarcazione carica di migranti, in navigazione. Lo slogan che campeggia su questa foto recita, icasticamente, “L’Orda No!”.

L'orda No, manifesto della Lega Nord

Fin dall’elemento testuale, quest’immagine richiama l’assedio, definendo i migranti un’orda. L’immagine è ripresa da un punto di vista sopraelevato (probabilmente da un elicottero), mettendo in scena quella visione “dall’alto delle mura”, che è propria dell’assediato e relega l’altro in un campo lungo che è tanto percettivo quanto cognitivo. Ritorna anche l’elemento liquido-viscoso, che si accompagna al carattere ambiguo e disordinato della differenza, dell’altro da sé.

Il mare è il veicolo dell’invasione, e l’insistenza che la comunicazione, sia quella politica che quella di massa, dimostrano nel voler assumere gli sbarchi ed i naufragi di migranti come principale veicolo dell’immigrazione sul suolo italiano, a dispetto del reale impatto di questi eventi nell’economia dei fenomeni migratori, dimostra come, più che da un’urgenza di informare, la comunicazione sia impegnata a costruire una precisa strategia di definizione, con cui mediare tali fenomeni. “L’Orda” si sposta su di una superficie liquida, minacciando di erodere la stabilità dei confini dello Stato-Nazione e la saldezza dei valori che in questo sono incarnati.

Com’è possible, dunque, riportare il conflitto all’interno della cultura visuale contemporanea, dominata dalle dinamiche di “deriva dell’immaginario”, il cui funzionamento abbiamo localizzato, e descritto, in questa breve analisi? Solo proponendo, nelle narrazioni che facciamo del mondo, un immaginario capace di rompere con la rappresentazione brutalmente dicotomica messa in campo nello spazio del reale aperto da quello fascista, sarà possibile spezzare l’assedio e riconoscere, nello sguardo dell’Altro, il dono che ci permette di essere presenti al mondo.